domenica 23 aprile 2017

Robyn Hitchcock - Robyn Hitchcock (Yep Roc)


A sessantaquattro anni suonati e con quattro decadi buone di carriera alle spalle, il londinese Robyn Hitchcock, ormai stabilmente trapiantato a Nashville, esce con un album eponimo, 21esimo in studio, che ce lo presenta in perfetta forma, nel pieno di una seconda giovinezza. Ancora prima di poggiare la puntina sul vinile, la coloratissima immagine di copertina fa presagire grandi cose e il disco non delude le aspettative. Hitchcock ha dichiarato di voler realizzare il lavoro partendo dalla classica struttura basso-chitarra-batteria, arricchendola di melodie acide e sapide armonie vocali, da sempre suoi marchi di fabbrica, ispirandosi al folk-rock psichedelico dei Byrds ed al pop-rock dei Big Star; ma le influenze primarie del nostro, Syd Barrett, Beatles e Dylan, aleggiano chiaramente tra i solchi.

Brendan Benson, cantautore e co-fondatore dei Raconteurs con Jack White, produce assieme ad Hitchcock l'album, registrato ad East-Nashville in compagnia della chitarrista Anne McCue, del bassista Jon Estes (John Paul White, Andrew Combs) e del batterista Jon Radford (Drew Holcomb, Tim Easton), con le voci ospiti di Emma Swift, Grant Lee Phillips, Gillian Welch e Pat Sansone (Wilco). La partenza è spinta, con i bicordi crunchy ed il tremolo di I want to tell you what I want, brano dall'andamento crescente che mette subito in chiaro le cose, con un bel ritornello sorretto dall'organo Hammond e dalle chitarre inacidite. Senza soluzione di continuità arriva la seguente Virginia Woolf, canzone più strutturata della precedente, con una interessante ritmica dispari coinvolgente e un ritornello tostissimo, caratterizzato dalle voci.

I pray when I'm drunk è un country-rock sghembo nel quale Hitchcock si diverte a fare il verso a Johnny Cash, un divertissement e poco più, comunque non disprezzabile. Si ritorna nel mood  dell'album con la seguente Mad Shelley's letterbox, anthem song con ovvio riferimento al poeta del 19esimo secolo, nella quale le chitarre jingle-jangle imperversano sulle ritmiche alla Keith Moon portate dal buon Radford, gran brano. I toni si ammorbidiscono un poco con Sayonara judge, ballad arpeggiata con belle melodie eteree e la voce di Hitchcock al meglio. A questo punto l'album, che potremmo pensare avviato verso una tranquilla conclusione, riparte di slancio ed inanella una dietro l'altra le cose migliori, a cominciare dalla splendida Detective Mindhorn, sincopata composizione 100% british-style, tra Kinks e Beatles, con tanto di intermezzo corale lisergico, per un Hitchcock che ritorna ai profumi di casa e alle atmosfere dei suoi Soft Boys.

1970 in aspic è un folk-rock westcoastiano leggero e fluido, con belle chitarre arpeggiate, una steel solare e voci ad inseguirsi. Segue Raymond and the wires, piccola gemma folk-pop a-la Beach Boys di poco più di due minuti, con chitarre twangy, cori e un sezione d'archi, che apre la strada all'ennesimo grande brano: Autumn sunglasses si apre in maniera quasi confusa, con archi, chitarre in reverse, sonagli e un'atmosfera desertica, per poi consolidarsi all'ingresso della voce solista, guidata da un massiccio arpeggio di chitarra su una ritmica up-tempo. La struttura della composizione muta diverse volte, tra crescendo ed aperture, con stacchi e melodie che viaggiano attraverso il tempo dando al brano una fascinazione speziata, orientale.

Chiude la tosta Time coast, la più byrdsiana del lotto, con un arrangiamento che, pur non brillando per originalità, risulta fresco e dannatamente divertente, ennesimo buon brano. Robyn Hitchcock è in splendida forma e questo lavoro è sicuramente da annoverare tra i migliori della sua ricca discografia. Per chi non lo conoscesse può essere un ottimo punto di partenza. Consigliato. (8/10)